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Investimenti obbligazionari: le 3 illusioni da conoscere

Stiamo vivendo una nuova dimensione degli investimenti: è finita un’epoca e sta per affermarsi un nuovo paradigma degli investimenti obbligazionari di cui non tutti sono consapevoli.

Il risparmiatore italiano in questi ultimi trent’anni ha investito i suoi risparmi in strumenti obbligazionari (titoli di stato, obbligazioni bancarie, etc.), sicuro di ricevere una cedola periodica, certo che il prezzo sarebbe salito e che, grazie a questo, in qualsiasi momento poteva venderlo senza subire perdite, tutto questo non ha fatto altro che generare delle distorsioni cognitive.

 

Grafico rendimenti Obbligazioni Italia

In questo grafico si vede chiaramente l’andamento negativo del BTP negli ultimi anni

Veniamo da un trentennio di tassi in calo e il vecchio modo di investire i soldi che ha generato facili e costanti guadagni in precedenza rischia di creare oggi non pochi problemi. Inoltre, la tradizionale tendenza a investire nel mercati obbligazionari  ha generato tre “illusioni finanziarie”, oggi dure a morire, che fanno nascere negli investitori aspettative e comportamenti del tutto errati.

Prima illusione:  l’obbligazione è sempre in guadagno?

Il trend storico dei tassi di interesse (vedi il grafico sopra), è stato negli ultimi 30 anni in costante discesa rendendo, in tal modo, le quotazioni delle obbligazioni sempre positive.

(es. comprando un’obbligazione a 100 con tasso del 10% e dopo un anno la stessa obbligazione veniva riemessa ad un tasso del 8% il suo valore sarebbe passato da 100 a 102).

L’illusione era ed è che le obbligazioni/titoli di stato e similari non possono mai perdere! Dove per perdere si intende che non possono mai subire un oscillazione negativa! Purtroppo non è così e soprattutto negli ultimi anni abbiamo visto svalutazioni che superavano il 10%

Seconda illusione: con l’obbligazione è sempre possibile liquidare!

Quest’illusione è la diretta conseguenza di quanto detto  prima: gli investitori, illusi  dai prezzi sempre positivi si convincono di poter liquidare il loro investimento in qualsiasi momento senza dover pianificare nessun orizzonte temporale, nessuna scadenza. I valori sono sempre in crescita e quindi posso sempre riprendermi i miei soldi.

 

Terza illusione: l’obbligazione non può mai perdere!

Altra convinzione dura a morire è che un titolo di stato e/o un obbligazione (sia essa bancaria che corporate) non sia rischioso, non possa generare perdite né durante il periodo di investimento né a scadenza. Quest’illusione è proprio figlia dell’esperienza di investimento fatta in questi ultimi decenni dai risparmiatori, in quanto il fenomeno dei rendimenti in costante discesa ha mantenuto i prezzi delle obbligazione sempre sopra la pari convincendo gli investitori che non si perde mai!

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MA OGGI COME COMPORTARSI DAVANTI AL NUOVO PARADIGMA DEL CICLO DEI TASSI?

Nei prossimi anni chi investirà in obbligazioni e titoli di stato vedrà i propri titoli “prezzare” costantemente sotto la pari (in perdita) fino a scadenza, perdendo in tal modo sia la possibilità di liquidabilità immediata sia anche la (percezione della) sicurezza (es. comprando un’obbligazione a 100 con tasso del 8% e dopo un anno la stessa obbligazione veniva riemessa ad un tasso del 10% il suo valore sarebbe passato da 100 a 98),

Nel nuovo paradigma, dunque, se il risparmiatore continua a comportarsi sempre nello stesso modo, rischia di subire grandi perdite, senza pianificare, senza definire un orizzonte temporale, senza diversificare e decidere i rischi da sopportare potrebbe trovarsi all’atto del rimborso con una perdita anche elevata.

Di fatto il risparmiatore medio italiano in questi ultimi decenni ha investito i propri risparmi  senza pianificare nulla e quindi anche senza definire alcun orizzonte temporale, tanto posizionandosi sui titoli di stato e/o obbligazioni (bancarie e/o corporate), grazie al vecchio paradigma, ogni momento risultava essere quello giusto per disinvestire senza subire perdite…. poiché la percezione era (e forse è ancora) che pianificare è inutile, serve a poco, TANTO INVESTIRE E’ SEMPLICE E SENZA RISCHI!

E’ di questi gironi la notizia che il BTP 50ennale al 2,8 a pochi mesi dell’emissione già perde (per effetto dei tassi in rialzo) il 14%! Con una volatilità superiore ai mercati azionari.

Fig.3 Grafico Btp tf 2,8% Mz67.

btp50-anni

Ora chi nei mesi scorsi ha avuto la malaugurata idea di investire in questo titolo ha subito in pochi giorni un’oscillazione negativa (perdita) abnorme rispetto alle sue abitudini finanziarie, oscillazioni simili si verificheranno  su tantissimi altri titoli di stato e/o obbligazioni e ad ogni piccola inversione del trend dei rendimenti matureranno ampie perdite.

fig.4 – Oscillazione dei Btp e aumento tassi.

a2

La figura 4 mostra proprio le variazione negative dei BTP all’aumento di mezzo punto percentuale dei rendimenti e rende esplicito il nuovo paradigma dei rendimenti.

Ma allora cosa fare?

C A M B I A R E  –  A B I T U D I N I

Cambiare approccio con gli investimenti, ragionare rispetto ad una pianificazione finanziaria efficace ed in grado di superare le insidie del nuovo paradigma attraverso, l’analisi dei bisogni e delle esigenze, definire l’orizzonte temporale ed i rischi sostenibili, diversificando attraverso strumenti innovativi globali, evitando di comprare singoli titoli. 

Con questo video puoi avere un’idea di come gli scenari macroeconomici stanno cambiando anche le soluzioni di gestione della liquidità.

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Generazione Z e risparmio: il salvadanaio batte ancora la prepagata

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Giovani e Risparmio. Imparare a mettere da parte qualche soldo è fondamentale per lo sviluppo della cultura del rasparmio

Soldi da parte li mettono. La propensione al risparmio, i ragazzi italiani, quelli cha vanno dai 12 ai 18 anni ce l’hanno. L’hanno ereditata dai nonni in un Paese che se la batte con il Giappone per accumulo di risparmio.

Ma come i nonni che tenevano i soldi sotto il materasso, la metà di loro ancora si affida al salvadanaio o al contante, nascosto in qualche anfratto della cameretta.

E’ vero che è quella l’età in cui si inizia a scoprire il senso e il valore del denaro, ma è pur vero che una volta cresciuti i nostri ragazzi si troveranno a fare i conti con il denaro di plastica più di quanto non sia accaduto ai loro genitori. Perché questo è il futuro, che in altri Paesi già è di casa.

Basta mandarli a studiare una lingua in Gran Bretagna o a fare un Erasmus in Belgio per fargli scoprire che lì anche un caffé si paga con la carta.

Al momento meno della metà dei nostri Millenians, il 48%, i soldi risparmiati li tiene su una carta prepagata o di pagamento che sia. Dunque servirebbe, secondo una ricerca Doxa per Fondazione al risparmio e American Express, una buona dose di educazione finanziaria. Che al momento in Italia latita.

A insegnare qual è il valore del denaro e come usarlo è la famiglia (91%). Ma se si parla di soldi in casa è solo perché c’è il desiderio o la necessità di un acquisto. E i genitori sono più propensi a dare ai figli denaro contante. Forse perché è più controllabile, almeno per loro, o perché hanno timore che acquistino su Internet.

Temi come il risparmio (31%), l’educazione agli acquisti online (20%) o la comprensione delle carte di credito (20%) vengono discussi poco a casa. La scuola contribuisce al 12%. Il resto arriva dal gruppo dei pari, fratelli e amici.

“Spesso le preoccupazioni economiche legate alla crisi dettano ai genitori l’agenda educativa per i figli, concentrata sul brevissimo termine – dichiara Giovanna Boccio Robutti, direttore generale della Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio – e meno su pianificazione delle spese, risparmio e guadagno, concetti che rientrano nel medio e lungo periodo”.

Ma il mondo del denaro che si troveranno di fronte i ragazzi, una volta cresciuti, sarà molto diverso. Certo non è che figli così giovani, liceali per lo più, posseggano capitali. Eppure qualche risparmio lo possiede ben l’87% dei ragazzi intervistati. Soldi frutto per lo più di regali che i parenti fanno nel giorno del compleanno, onomastico e feste comandate (74%).

Ma c’è anche chi mette da parte un gruzzoletto se va bene a scuola (51%),  se si comporta bene (33%). I lavoretti in casa, al contrario, non sempre sono premiati, a guadagnarci qualcosa sono meno della metà. Un concetto, dunque, lavoro uguale guadagno, poco trasmesso in famiglia. Ma ci sono anche quelli e sono tanti, circa il 40%, che ha utilizzato almeno una volta i propri risparmi per fare donazioni o per aiutare la famiglia.

Sì i ragazzi italiani risparmiano. Poi, come tutti, prima o poi il malloppo lo spendono. Il 96% ha fatto shopping nei negozi fisici, ma anche sull’online (74%), cui si avvicina molto presto, già a 13 anni, ma sotto la supervisione dei genitori. In media la cifra spesa è di 50 euro e solo 1 su 3 predilige l’online. Percentuali che però variano a secondo della residenza, chi vive in città non deve attendere tanto l’arrivo dell’oggetto ordinato per posta.

Ma è vero anche il contrario: chi abita distante dai grandi centri può trovare online oggetti che magari in provincia non sono disponibili. Ciò nonostante “emerge come in Italia – dichiara Cristina Liverani di Doxa – non siano infrequenti aspetti meno reazionali e pregiudiziali nell’utilizzo delle carte di credito, presenti nei genitori e di conseguenza nei figli”.

Una cosa comunque è certa. Se è vero che l’educazione finanziaria e al risparmio in Italia è oggi un oggetto quasi sconosciuto, anche le banche dovranno fare la loro parte. Per non rischiare che il mercato dei pagamenti e del risparmio dei futuri Millenians gli sfugga di mano.

In un’indagine di Fortune già emergeva una tendenza: i Millenians (l’Italia non era compresa nella ricerca) avrebbero, se possibile, più fiducia nell’affidare i loro risparmi a brand che non li hanno mai traditi. E’ il marchio che conta, poco importa che sia quello di una banca, di Amazon o Google.

Fonte: Repubblica.it

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