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Titoli di Stato: non sono più così sicuri

Titoli di Stato a rischi per un investimento sicuro

Anche i Titoli di Stato, da sempre considerati come sicuri, sono diventati rischiosi quasi come le azioni.

Rispetto alle azioni, i titoli di Stato sono considerati meno rischiosi. Non a caso nei test obbligatori che un risparmiatore dovrebbe effettuare per essere correttamente profilato dall’operatore finanziario che gli propone prodotti di investimento (da cui emerge il grado di conoscenze finanziarie e il profilo di rischio in base a quanto disposto dalla normativa europea Mifid) ai risparmiatori considerati più prudenti (o dal basso profilo di rischio) viene poi consigliato l’acquisto di titoli di Stato di Paesi con elevato rating.

Dagli stessi test emerge che anche le obbligazioni subordinate (che si distinguono dalle “obbligazioni senior” perché in caso di fallimento della società che le ha emesse, le “subordinate” vengono intaccate prima delle “senior”) sono più “sicure” delle azioni.

Tanto che – e ne sanno qualcosa i 40mila risparmiatori che hanno acquistato obbligazioni subordinate Mps con scadenza 2018, categoria “Tier 2” – la Consob si è finora opposta alla possibilità di conversione volontaria di questo tipo di obbligazioni in azioni da parte dei piccoli risparmiatori (nelle prossime ore però potrebbe cambiare idea, o almeno è quello in cui sperano i vertici di Mps, perché proprio attraverso questa conversione volontaria puntano a incassare 2 dei 5 miliardi necessari per ottemperare all’aumento di capitale imposto dalla Bce entro il 31 dicembre).

L’esempio citato, così come le regole dei test per profilare i clienti previsti dalla Mifid, decretano che i titoli di Stato tendenzialmente sono considerati più sicuri delle azioni.

 

Il rischio dei titoli di Stato

L’esperienza degli ultimi mesi ci dice però che la volatilità sui prezzi dei titoli di Stato, così come di alcune obbligazioni societarie, non ha nulla da “invidiare” alla volatilità delle azioni. 

Prendiamo ad esempio il BTp italiano a 30 anni (scadenza 2047). Ad agosto costava 115. Quindi chi lo ha comprato ha dovuto pagare questo prezzo. Oggi invece quota a 93, e due giorni fa era a 91. In termini percentuali la differenza tra 115 e 91 fa -21%.

In sostanza, in termini di prezzo il BTp a 30 anni italiano ha perso in una manciata di settimane (o poco più di tre mesi) più del 20% sul prezzo. Nel calcolo del rendimento complessivo bisognerebbe inserire anche la cedola del 2,7% annuo (e dividerla per quattro visto che stiamo analizzando la performance degli ultimi tre mesi). Ma la sostanza non cambia.

L’escursione del prezzo al ribasso del 21% non compensa certo lo 0,675% virtuale della cedola maturata (per incassare la cedola bisogna però mantenere il titolo almeno fino alla data dello stacco alla ricorrenza annuale).

Anche il BTp a 50 anni – con scadenza 2067 – ha registrato una consistente perdita sul prezzo. Il titolo è stato collocato a inizio ottobre a 97 e oggi vale 84, il 13% in meno.

Il deprezzamento dei titoli di Stato, e più in generale delle obbligazioni, è partito da questa estate su scala globale. E ha avuto un’accelerazione a partire da fine settembre. Un fenomeno che non riguarda solo l’Italia – dove il fenomeno è però stato ingigantito dall’incertezza politica in corso – ma i Paesi occidentali in generale.

 

Il rischio dei titoli di Stato: scenario macroeconomico

Perché titoli di Stato non sono più sicuri come prima? L’aumento del prezzo del petrolio e le politiche espansive promesse da Trump stanno spingendo in alto le prospettive di inflazione. Questo fenomeno di “attesa reflazione” sta facendo salire i tassi e, di conseguenza, i titoli di Stato precedentementi emessi con cedole più basse vedono i prezzi scendere. Questo per adeguare il rendimento complessivo al nuovo scenario inflattivo (nel rendimento delle obbligazioni infatti oltre al rischio emittente vengono incorporate anche le aspettative di inflazione).

I rendimenti dei titoli di Stato Usa a 10 anni sono saliti dal 2,1% al 2,5%, come non accadeva dal 2014. In qualche settimana il prezzo è sceso del 5%. Anche i Bund a 10 anni hanno visto il rendimento passare da -0,2% a +0,35% con il prezzo sceso del 5% rispetto alla scorsa estate.

C’è anche chi si sta muovendo in controtendenza, ma conferma la (nuova) regola che i titoli di Stato sono ormai volatili quanto le azioni, soprattutto se la scadenza è lunga. A fine settembre il bond della Grecia a 10 anni costavano 68. Oggi quota 80, il 18% in più.

Essendo la Grecia in deflazione, in questo caso la reflazione centra poco. Chi sta comprando ora i bond ellenici sta puntando su un futuro accordo con la Troika sul rimborso del debito di Atene. I motivi, quindi, possono essere diversi.

Ciò che non cambia è il dato di fatto che le escursioni dei titoli obbligazionari, comprese quelle sui titoli di Stato di Paesi affidabili, stanno raggiungendo livelli non lontani da quelle che si vedono abitualmente sui mercati azionari.

Fote: ilsole24ore.com

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Nella scelta di come fare un investimento sicuro e senza rischi, la scelta dei Titoli Stato, da sempre preferiti dagli italiani, non è più considerata così sicura. Infatti, sul totale dei Titoli di Stato italiani oggi in circolazione appena il 5% è in mano ai risparmiatori di casa nostra: era il 20% prima della crisi e addirittura il 35% prima dell’euro. Che cos’è successo? Che cosa sta succedendo? Come investire i risparmi in futuro e in modo sicuro

 

Perché non conviene investire in obbligazioni?

Il rendimento delle obbligazioni del Tesoro, come Bot e Btp, segue i tassi di interesse definiti dalla Bce, che sono ai minimi storici. Quindi, seguendo questa logica, i Titoli di Stato oggi rendono zero o quasi, se non addirittura meno di zero. Un esempio? A maggio sono scaduti dei Btp emessi nel 2011, che hanno fruttato il 3,75% lordo (circa il 3,2 netto). In pochi hanno deciso di reinvestire i soldi nei nuovi Btp quinquennali del 2016, che offrivano un rendimento di partenza di appena lo 0,43%. E hanno preferito dirottare risorse verso le società di risparmio gestito, quelle che amministrano fondi comuni di investimento, fondi pensione e polizze vita, il cui patrimonio è passato da 820 miliardi del 2008 agli attuali 1.800 miliardi, e che solo nell’ultimo anno sono saliti anche del 20%.

Dove gli italiani investono i propri soldi

Il patrimonio finanziario degli italiani (escludendo le proprietà immobiliari) ammonta a una cifra mostruosa: 4mila miliardi di euro. E nel 2015 è cresciuto del 2%. Il 31,5% finisce nel risparmio gestito, il 30% in contanti e depositi (conti correnti, di deposito, buoni postali), il 24% in azioni e per l’8% in obbligazioni.