giovani e pensione

Quale pensione per i giovani?

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Quale pensione per i giovani? Certamente Il futuro le nuove generazioni è il sistema previdenziale privato. Serve un sistema pensionistico misto tra pensione pubblica e previdenza complementare per colmare il gap previdenziale.

Come prevede l’articolo 38 della Costituzione è compito dello Stato ‘’prevedere’’ delle forme ‘’adeguate’’ di tutela contro l’evento ‘’vecchiaia’’. Purtroppo, però, non siamo più ai tempi d’oro dei sistemi pensionistici pubblici, quando gli andamenti demografici (molti attivi e pochi pensionati; molti giovani e pochi anziani), l’organizzazione del mercato del lavoro e i tassi di crescita economica erano tutte lance spezzate a vantaggio della ripartizione.

In un sistema misto, la quota pubblica della pensione potrebbe assicurare un livello di copertura compatibile con la crescente “crisi fiscale” degli Stati e dei rivolgimenti nella sottostante struttura demografica, occupazionale e sociale; quella privata potrebbe contare su di una garanzia di base – la pensione pubblica – e di una prestazione privata, finanziata a capitalizzazione e determinata dal montante accantonato, dai relativi rendimenti e dagli effetti degli eventuali benefici fiscali che di solito vengono adottati per favorire il risparmio previdenziale.

La possibilità di costituire forma volontarie di previdenza nasce a livello di singola impresa, prima degli anni ’90; oggi si tenta di ritornare all’origine con il welfare aziendale. La legge, prima con il d.lgs. 124/1993 poi modificato dal d.lgs. 252/2005 è diretta a dettare una disciplina uniforme di una realtà che, in Italia – rispetto ad altri Paesi, europei e internazionali – ha faticato a diffondersi.

È necessaria un’azione congiunta da parte dello Stato e di tutti gli stakeholders, affinchè si sviluppi con convinzione anche in Italia un sistema previdenziale multipilastro, che affianchi ad un solido pilastro pubblico un appropriato sistema integrativo per assicurare alla generazione X prestazioni previdenziali adeguate.

La scelta strategica di affidare, infatti, la tutela previdenziale delle generazioni future ad un mix di previdenza obbligatoria, finanziata a ripartizione (il primo pilastro basato sul principio della solidarietà intergenerazionale) e di previdenza privata a capitalizzazione (il secondo pilastro dove ciascuno pensa per sé) corrisponde ad un’esigenza strategica di fondo, ritenuta tale in tutte le indicazioni della stessa Ue.

Il problema, allora, è quello di impostare, con equilibrio, un sistema misto, rivolto, quanto meno, ad operare sia sul piano della finanza pubblica, sia su quello dei mercati finanziari.

Il legislatore, fin dai primi interventi in materia, ha cercato di fare del Tfr (con la sua aliquota pari al 6,91% della retribuzione) la principale e più consistente forma di finanziamento della previdenza complementare, a cui aggiungere, nell’ambito della contrattazione collettiva, i contributi del datore e del lavoratore.

La legge delega n.243/2004 e il dlgs attuativo n.252 del 2005 hanno affrontato il tema del conferimento del Tfr maturando alle forme di previdenza complementare (fondi chiusi, aperti, piani individuali).

Secondo la norma già a regime, entro i sei mesi successivi all’assunzione, il lavoratore può esercitare le seguenti opzioni: decidere di conservare il regime del Tfr, dichiarandolo però espressamente oppure scegliere, in condizione di par condicio, una delle possibili tipologie di previdenza privata a capitalizzazione a cui destinare la propria liquidazione.

Se resterà passivo scatterà un meccanismo del silenzio-assenso con il conferimento del Tfr secondo una gerarchia di destinazioni che termina – ove non vi siano altre possibilità – in un fondo residuale costituito presso l’Inps. Va notato che il Tfr ‘’inoptato’’ che il lavoratore decide di lasciare presso l’azienda, se essa ha da 50 dipendenti in su, viene destinata ad un Fondo Tesoro gestito dall’Inps che si prende in carico la liquidazione della prestazione con il metodo della ripartizione.

Per dare un’idea, ad anni di distanza, dell’allocazione dei flussi di Tfr, ben 11 miliardi sono nelle aziende con meno di 50 dipendenti, 6 miliardi nel Fondo Tesoro, 5,5 miliardi nelle forme di previdenza complementare.

Ci sono varie forme di previdenza complementare, innanzittutto i principali fondi pensione sono quelli professionali o chiusi. Essi sono formati su iniziativa di carattere collettivo (il negoziato la fonte istitutiva tipica), vige autonomia statutaria e regolamentare degli organi del fondo nell’ambito delle disposizioni di legge; l’adesione al fondo è una scelta volontaria e i soggetti contribuenti e destinatari delle prestazioni partecipano in ogni caso pariteticamente agli organi di amministrazione e di controllo del fondo.

I destinatari di questi fondi possono essere: i lavoratori dipendenti pubblici e privati, i quadri, i lavoratori autonomi e i libero-professionisti, i soci di cooperative e le persone che svolgono lavori non retribuiti nell’ambito familiare. Il regime delle prestazioni è esclusivamente a contribuzione definita, ad eccezione dei lavoratori autonomi e dei libero-professionisti che possono scegliere anche il regime a prestazione definita.

In secondo luogo, i lavoratori per i quali non sussistano o non operino i fondi negoziali, quelli che perdono i requisiti di appartenenza ad un fondo professionale e i lavoratori iscritti ad un fondo professionale dopo un certo numero di anni, possono aderire ai fondi pensione aperti, costituiti da intermediari finanziari, quali: la Sim, le banche, le compagnie di assicurazione e le società di gestione di fondi comuni. L’adesione ai fondi aperti può essere prevista anche in forma collettiva laddove non sussistano o non operino fondi contrattuali.

In terzo luogo, con il d.lgs. 47/2000 tra le forme pensionistiche complementari sono stati ammessi anche i piani individuali pensionistici attuati mediante polizze di assicurazione della vita (Pip). Infatti, il trattamento fiscalmente agevolato previsto per i versamenti contributivi effettuati ai fondi pensione è stato esteso ai contratti di assicurazione della vita a condizione che essi offrano prestazioni previdenziali conformi a quelle previste per gli stessi fondi pensione. Viene così completato con questo ulteriore strumento il terzo pilastro che differisce dal secondo (fondi negoziali e fondi aperti ad adesione collettiva) per il fatto di essere organizzato su base individuale.

La scelta di puntare sulla previdenza complementare per integrare la pensione dei giovani neutralizza i rischi a cui è esposto il sistema di ripartizione del primo pilastro, quindi offre garanzie per la sostenibilità di quest’ultimo.

Infine, i fondi pensioni rappresentano importanti strumenti di intermediazione finanziaria e d’investimento nei settori produttivi e quindi oltre a integrare il sistema pensionistico pubblico, concorrono al rilancio dell’attività produttiva e indirettamente dell’occupazione.

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