Giovani e pensioni

Dieci cose da sapere sulle pensioni dei trentenni

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Cose da sapere sulle pensioni dei trentenni
Il sistema contributivo obbliga giovani a integrare la pensione

Se avete dai venti ai trent’anni avrete molto spesso terminato o sentito terminare una frase la questa breve e malaugurante postilla che recita «…se mai avrò una pensione», ormai quasi una sorta di luogo comune.

Al punto che ormai si tende a rubricarla come un’eventualità tanto lontana quanto ineluttabile che non vale la pena nemmeno di comprendere. Serve, invece. Perché se di furto generazionale si tratta, sta avvenendo ora, sotto gli occhi ignari – o, peggio, indifferenti – di chi lo sta subendo. Certo, si può sempre sperare che le cose cambino, che lo “stellone italico” e l’arte di arrangiarsi sconfiggano le leggi dell’economia. O che nonni e genitori provvedano in eterno – e oltre – ai bisogni dei figli, nel frattempo a loro volta anziani. O ancora, che sia inventata una macchina fabbrica soldi. Nel frattempo, tuttavia, potrebbe essere utile prendere coscienza della realtà. Noi ci abbiamo provato, in dieci passi, per comprendere lo stato del sistema pensionistico italiano e della sua sostenibilità futura.

Il sistema pensionistico pubblico si basa su un patto fra generazioni. In altre parole: io che lavoro pago con i miei contributi la pensione di chi ha smesso di lavorare; qualcun altro, quando sarà il momento, pagherà la mia pensione con i suoi. Questo in linea puramente teorica. La realtà è piuttosto diversa: i sistemi pensionistici di tutti i Paesi europei sono infatti «senza patrimonio di previdenza».

In altre parole, le pensioni sono pagate in parte dalle imposte di tutti i cittadini. Il record spetta a Danimarca e Irlanda, in cui la fiscalità generale copre il 76,6% e il 72,3% della protezione sociale complessivamente intesa (previdenza e assistenza). In Italia, nel 2013, la percentuale si è attestata al 46,9%, di poco superiore alla media europea, ma molto superiore a quella di Francia e Germania, entrambe attorno al 37%. Relativamente alle sole pensioni i contributi versati da lavoratori e imprese (circa 209 miliardi) bastano a coprire circa il 71% di ciò che viene attualmente erogato, pari a circa 295 miliardi. Lo scorso anno, insomma, lo Stato ci ha messo circa 84 miliardi di euro.

Al netto delle varie casse di ordini e professioni, il grosso del sistema pensionistico pubblico italiano poggia sull’Inps, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Attraverso successivi momenti di crescita, l’Inps ha assunto il carico del sostegno al reddito per i meno abbienti, gli assegni familiari, le integrazioni salariali, le indennità di malattia. Nell’Inps, inoltre, sono confluiti nel tempo diversi istituti previdenziali di categoria. Buone ultime, l’Enpals – quello dei lavoratori dello spettacolo – e l’Inpdap – l’istituto di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica – inglobate nel 2012.

Proprio quest’ultima acquisizione, dalla quale è nata quella che l’allora premier Monti aveva ribattezzato “super Inps” ha fatto si che l’ente si accollasse un deficit pari a circa 25,2 miliardi di euro. Un disavanzo, questo, che aumenta ulteriormente lo squilibrio dell’ente – che oltre a pagare le pensioni è anche un pachiderma da 26mila dipendenti – e, giocoforza, pure l’entità dei soldi che lo Stato deve trasferire per mettere una toppa al buco.

Le attività dell’Inps possono essere divise in due grandi famiglie: la previdenza (le pensioni) che, almeno in parte, è coperta dai contributi versati, e l’assistenza (pensioni sociali, indennità, reversibilità ai superstiti, tra le altre cose) che invece è tutta a carico dell’ente.  Oggi, tutta la parte di assistenza pesa circa 72 miliardi, con le invalidità civili e le ore di cassa integrazione che, all’anno, ne costano rispettivamente 17 e 6. Questo non vuol dire, tuttavia, che il problema sia solo lì.

Qualche esempio: il rosso delle pensioni dei dipendenti privati è passato dai 172 milioni di disavanzo del 2010 ai 748 milioni del 2012, quello dei coltivatori diretti da 2,7 miliardi a 3,43 e quello dei dipendenti pubblici – un record – da 16 a 23 miliardi. Le cose cambiano quando si passa a considerare il lavoro autonomo: la gestione dei commercianti e degli artigiani, comunque in passivo, ha migliorato il proprio deficit passando da -3,3 miliardi a -2,8 miliardi.

Quel che più ci interessa, tuttavia, sono le uniche due gestioni in attivo: quella dei liberi professionisti (+3,1 miliardi) e quella dei lavoratori parasubordinati (+7,1 miliardi) il cui attivo in entrambi i casi è in crescita costante. In altre parole, professionisti e precari sono gli unici che danno all’Inps più di quel che ricevono. Come mai? Perché sono le uniche categorie in cui le persone che lavorano sono molte più di quelle che ricevono la pensione (nel caso dei parasubordinati il rapporto è di circa 3,5 a 1).

Il fatto che l’avanzo cresca di anno in anno, peraltro, vuol dire che è il numero di chi entra nel mondo del lavoro da quella porta aumenta in misura più che proporzionale di chi vi esce andando in pensione, mentre tra i lavoratori pubblici e privati avviene il contrario. Peraltro, mentre retribuzioni e relative contribuzioni dei lavoratori che entrano nel mercato del lavoro sono molto basse, le pensioni dei lavoratori dipendenti che contemporaneamente escono dal mercato del lavoro, che sono calcolate in base sull’ultima retribuzione ricevuta, sono molto alte. È anche per questo che il rosso dell’Inps è sempre più profondo.

Ci sono state due grandi riforme delle pensioni, negli ultimi vent’anni: quella firmata da Lamberto Dini nel 1995 e quella firmata da Elsa Fornero nel 2011. Entrambe si pongono l’obiettivo di rendere sostenibili i conti dell’Inps, agendo in due direzioni: la prima è quella di alzare l’età pensionabile; la seconda è quella di passare da un modello retributivo di calcolo della pensione a un modello di tipo contributivo.

Sull’innalzamento dell’età pensionabile c’è poco da opinare: la speranza di vita in Italia è passata dai 69 anni del 1980 agli 82 anni del 2011. Relativamente al nuovo metodo di calcolo una breve spiegazione è necessaria: se si usa il metodo retributivo, la pensione è calcolata sulla base degli stipendi ricevuti nell’ultima parte dell’attività lavorativa; se si usa il metodo contributivo, la pensione è calcolata sulla somma di tutti i contributi versati nel corso della propria vita professionale.

Non ci vuole una laurea in finanza pubblica per capire che le retribuzioni sono generalmente più alte alla fine dell’attività lavorativa e che, quindi, il metodo retributivo conviene ai lavoratori e molto poco a chi le pensioni le paga. Con il passaggio al contributivo e l’innalzamento dell’età pensionabile si stima che il risparmio per lo Stato sia di circa 80 miliardi di euro in otto anni.

Ok, risparmiare 80 miliardi dalla prima voce di spesa pubblica in Italia (il 27,9% sul totale, per dire) è cosa buona e giusta a prescindere. Altro è chiedersi da dove vengano quei risparmi. Non dall’assistenza, ad esempio, in quanto le indennità da invalidità civile sono in costante aumento. Nemmeno dagli assegni mensili che riscuote chi già si è ritirato dal lavoro, poiché la linea del Piave che nessuna riforma delle pensioni ha mai attraversato è quella per cui «i diritti acquisiti non si toccano». Quegli 80 miliardi, insomma, verranno tolti dalle tasche di chi in pensione ci deve ancora andare.

Chi aveva già maturato 18 anni di contributi nel 1995, calcolerà il suo montante pensionistico col metodo retributivo relativamente a tutto quel che ha guadagnato sino al 31 dicembre 2011, mentre per il restante della sua vita professionale dovrà applicare il metodo contributivo; per chi ha iniziato a lavorare prima del 31 dicembre 1995 (ma senza 18 anni di contributi) la pensione sarà calcolata con il metodo retributivo fino a quella data, e poi col contributivo. In estrema sintesi, il metodo contributivo “duro e puro” si applica solo per tutti quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995. Per chi ha trent’anni o giù di lì, insomma.

Se avete genitori o nonni che sono andati in pensione prima del 1995 è probabile che la loro si aggiri attorno al 70-80% della loro ultima retribuzione. Di simulatori che provano a calcolare le pensioni dei trentenni di oggi ce n’è parecchi, a partire da quello messo a disposizione dall’Inps: per scoprirlo, c’è da inserire la propria professione, il proprio reddito netto annuo attuale e una previsione della crescita media annua della propria retribuzione di qui all’ultima busta paga.

Dopo qualche prova empirica, tuttavia, si può notare come sia molto raro che il tasso di sostituzione – ossia la differenza tra il primo assegno pensionistico e l’ultima busta paga – superi il 65%. Nella maggior parte dei casi oscilla su percentuali attorno al 50-60%, ma non è raro nemmeno che non superi il 40%.

[smarticon name=”fa fa-angle-double-right”]Le pensioni basse sono più tassate che altrove

A differenza di quanto accade in diversi paesi europei – la Germania, ad esempio – i redditi da pensione italiani sono equiparati ai redditi da lavoro e sono tassati direttamente alla fonte. Un’imposizione, cui si è aggiunta la pratica di bloccare l’adeguamento degli assegni pensionistici all’inflazione, per finanziare altre misure assistenziali o redistributive, nonché un contributo di solidarietà proporzionale all’entità della pensione che si riceve.

A pagare, in proporzione, sono soprattutto i pensionati più poveri, che in molti casi si ritrovano a dover contribuire al fisco molto più dei loro omologhi stranieri. Esempio: su una pensione che corrisponde a una volta e mezzo il trattamento minimo Inps – circa 1.200 euro al mese, quindi – in Italia il 9,17% dell’assegno previdenziale finisce in tasse, cosa che non avviene in Germania, Francia, Spagna e Regno Unito.

[smarticon name=”fa fa-angle-double-right”]Le «pensioni d’oro» costano 13 miliardi

In cima alla piramide, invece, ci sono i cosiddetti «pensionati d’oro»: circa un anno fa, l’allora sottosegretario Carlo Dell’Aringa ha rispolverato l’elenco dei centomila pensionati-paperoni che, complessivamente, costano all’ente previdenziale circa 13 miliardi di euro. Da più parti, si invoca da tempo un intervento su queste pensioni, fissando loro, ad esempio, un tetto massimo ed è stato lo stesso Renzi ad affermare questo principio, pochi mesi fa, per finanziare gli esodati e la della cassa integrazione in deroga.

Chi si oppone a questa misura (tutte le forze politiche, più o meno) ribatte affermando che queste persone – piaccia o meno  – hanno già pagato (e stanno ancora pagando) le tasse e hanno versato ogni contributo che giustifica tale importo. Non bastasse, toccare i diritti acquisiti è incostituzionale. E quindi per intervenire, anche fissando un semplice contributo di solidarietà, serve cambiare l’articolo 25 comma 2 della Costituzione, quello secondo cui «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso».

L’unico modo per cambiare le cose è toccare i «diritti acquisiti»

Il problema, perlomeno quello, è chiaro: il modello attuale chiede la maggior parte dei sacrifici ai giovani che si sono da poco affacciati sul mercato del lavoro e, in misura minore, a chi è più vicino alla pensione. Poco o nulla è dovuto a chi invece in pensione già ci è andato. Se si vuole salvare l’Inps senza toccare i diritti acquisiti è una strada senza alternative.

Fonte: linkiesta.it

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Mario Durante

Ciao! Sono Mario Durante, fondatore di questo blog. Sono un consulente assicurativo e previdenziale appassionato di web e social. Leggendo i miei articoli potrai trovare spunti interessanti su come risparmiare e proteggere casa e famiglia.

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